CARLOTTA FERLITO: LA RAGAZZA COI SUPERPOTERI

di Marta Perego

Per la prima volta nella storia del Rimini Wellness 2019 gli incredibili poteri dei supereroi mutanti protagonisti del nuovo film in uscita il 6 giugno, “X-Men: Dark Phoenix” incontrano l’energia di XTEMPO – TRAINING SYSTEM, il programma di allenamento capace di elettrizzare tutto il popolo del wellness previsto tutti i giorni, fino al 2 giugno.

Sui palchi CRUISIN’ al padiglione D5, il fitness si è trasformato in uno show sorprendente dove chiunque può testare la propria forza, resistenza, energia e passione con le lezioni di X-tempo, spring energie, aerodance e fitness musicale, in un mix pronto a scatenare il potere interiore di ogni partecipante.

 

Ospite d’eccezione Carlotta Ferlito, tre le ginnaste più talentuose della Nazionale italiana di ginnastica artistica, che si è unita ai partecipanti nel programma di allenamento degli X-Men con tutta la sua incredibile energia.

Carlotta non è solo una delle più grandi ginnaste italiane, ma è anche una star del web. Grazie ai programmi televisivi Ginnaste- vite parallele e Dance, Dance, Dance è diventata un esempio per tante ragazze, raggiungendo più di 690 mila followers su Instagram.

Carlotta, come ti senti ad essere associata a Dark Phoenix, il personaggio interpretato da Sophie Turner in X-Men?

Sembrerà banale, ma con lei sento una grande affinità. E’ una ragazza forte, capace di rialzarsi e diventare più forte di prima. Sono state tante le volte che mi sono sentita come lei.

Per esempio?

Non so farti esempi specifici… tutti i giorni! Quando ero più piccola se un allenamento andava male pensavo di mollare tutto, di non farcela. Poi ho capito che non bisogna fermarsi ai primi ostacoli, ma andare avanti, dimenticandosi in fretta delle giornate storte.

Ci sono persona che ti hanno aiutata in questo percorso?

Sì, mia mamma soprattutto. Mi ha sempre spronata a ragionare e a non essere impulsiva.

Quando hai capito di potercela fare, che la ginnastica sarebbe stata il tuo futuro

Ho avuto tante soddisfazioni. Le Olimpiadi sicuramente (ndR ha partecipato a Londra nel 2012 e a Rio nel 2016), ma il ricordo che ho più nel cuore è la gara giovanile del 2010, non mi aspettavo niente, ho vinto 3 medaglie, lì ho capito che valevo qualcosa.

Ora quali sono i tuoi obiettivi?

L’Università! Mi sono iscritta a Comunicazione e Pubblicità allo IULM di Milano. Mi è sempre piaciuto comunicare, l’ho fatto in tv, lo faccio sui social. Lo considero la mia vocazione insieme alla ginnastica. Mi hanno molto criticata in passato per non aver pensato solo ad “allenarmi”. Alla fine però avevo ragione io.

Tu hai una grande seguito, soprattutto su Instagram, come trovi un equilibrio tra la condivisione social e la vita privata?

Mi viene tutto molto naturale. All’inizio pensavo che a chi mi seguiva interessasse solo la ginnastica, invece ho tante ragazze che mi chiedono consigli di beauty e make up. Sento di certo una responsabilità per chi mi segue, quello che cerco di dare, sempre, è un messaggio positivo. Bisogna credere in se stessi e non porsi autolimiti. Io ho sempre fatto tante cose, il liceo, la ginnastica, la tv e ce l’ho fatta. Il messaggio che cerco di dare alle ragazze e ai ragazzi più piccoli di me è non fermarsi, se si ha un sogno di crederci.

Chi sono i tuoi esempi cinematografici?

Sicuramente Emma Watson, sono una superfan di Harry Potter. E Anne Hathaway, è la mia attrice preferita. Il Diavolo veste Prada è il mio film del cuore.

 

 

Il caso Pamela Prati, il romanzo d’appendice, i red carpet di Cannes e i draghi

di Marta Perego

Sono state settimane concitate, tra red carpet scintillanti dalla montée des marches, vestiti sbagliati (quello di Margot Robbie), azzeccatissimi (Elle Fanning), grandi star (Leonardo Di Caprio e Brad Pitt, registi che pare (io non l’ho visto, ho letto chi c’era) hanno fatto un buco nell’acqua (Quentin Tarantino). Film di cui più della metà non verranno visti da nessuno, se non il bellissimo “Dolor y Gloria” di Almodovar  e Il traditore di Bellocchio, già nelle sale.

E’ finita l’epopea della serialità che ha tenuto incollati milioni di spettatori in tutto il mondo per otto lunghe stagioni e tanta amarezza, per un finale scontato, affrettato, mal raccontato (Game of Thrones).

Intanto avanzava in televisione il caso che ci ha immobilizzati. Che ha piano piano conquistato tutti, anche chi “io la televisione non la guardo mai”. E ha vinto tutto quello che c’era da vincere.

Premio alle migliori interpretazioni, al migliore intreccio, distopia, iperrealtà, assurdità.

Perché dietro al “Pamela Prati affaire” sta una costruzione narrativa perfetta.

Mi astengo dai giudizi di merito. Quella che sto scrivendo non è un’analisi morale, nè legale. Non ho informatori, non so quanto sia vero e quanto sia falso. La mia è un’analisi critica, da spettatrice appassionata che mercoledì sera è rimasta incollata a “Non è la D’Urso Live” come nemmeno mi era successo per l’ultima puntata di Lost (di cui ci ho capito ancora meno di quanto abbia capito di Eliana Michelazzo).

Quella che è stata costruita è una trama gialla perfetta. Esiste un mistero, esistono delle vittime, esistono dei colpevoli. Esistono mariti che non esistono (come direbbe Maccio Capatonda), villain potenti che si muovono nell’oscurità per non si sa bene quale ragione. Il denaro? Il potere? La celebrità? Il grande ritorno sulle scene?

Ci sono anche elementi pruriginosi, il sesso virtuale tra Eliana e il suo marito (falso) che avrebbe dovuto fare il “magistrato antimafia minorile” – che poi, lei dice, ho scoperto che nemmeno esisteva-. Bugie, accuse reciproche. Eliana Michelazzo e Pamela Perricciolo sono veramente amanti lesbiche che hanno tessuto una tela per farsi largo nello scintillante mondo delle prime serate tv?

C’è lo sdegno degli opinionisti che guardando in camera manifestano il loro sdegno. “Non si tratta il pubblico così”.

E poi ci siamo noi, spettatori, attoniti di fronte all’esibizione di sentimenti, probabilmente finti o, prendendo in prestito il titolo di un bel libro, tanto veri quanto la finzione.

Palma D’Oro a Barbara D’Urso, straordinaria condottiera, storyteller magnifica, che tra una pausa pubblicitaria e l’altra ci ha coinvolti, ammaliati, lasciati sbigottiti.

Altro che romanzo d’appendice, altro che festival che vietano i selfie alle celebrities, altro che serie tv. Quella che stiamo assistendo in tv è la fiction più bella dell’anno. Una presa in giro colossale, forse, ma chi se ne importa, l’importante è che ci abbia appassionati.

Come diceva David Frost “La televisione è un’invenzione che vi permette di farvi intrattenere nel vostro soggiorno da gente che non vorreste mai avere in casa”

Altro che draghi.

 

 

 

PERCHE’ AMIAMO DUMBO

Sta scalando i vertici del box office, commuovendo e conquistando grandi e piccini. A me e Maria il Dumbo secondo Tim Burton è piaciuto e non poco.

Non solo un remake in live action del famoso cartone animato del 1941 fatto in fretta e furia dalla Disney per coprire le perdite di Fantasia (capolavoro ma che all’epoca non era  piaciuto per niente dal pubblico), ma un vero e proprio sequel con personaggi e storie nuove, tra cui la conturbante trapezista volante interpretata da Eva Green.

Dumbo, con le sue dolci orecchie all’insù, racconta la diversità e la sua bellezza. Nel film di Burton alla fine si trasforma in un supereroe che più di Aquaman e con la stessa prontezza di Spiderman, affronta rischi e fiamme con coraggio.

Un novello Edward Mani di Forbice, con una proboscide tutta da abbracciare.

Chi non si è mai sentito almeno una volta nella vita Jumbo Dumbo?

Ecco l’interpretazione filosofica di Maria e la recensione di Amedea, 10 anni.

In questa produzione Disney la poetica di Tim Burton ha forse dovuto abbandonare le sfumature più esplicitamente dark, ma non rinuncia ai temi più cari del regista che da sempre ha saputo ripensare il mondo delle favole. Ancora una volta, al centro della vicenda ci sono dei freaks, che si raccolgono nel clan del circo (una famiglia decisamente poco tradizionale) e vagabondano per gli Stati Uniti che sono appena usciti dal primo conflitto mondiale. La diversità e l’emarginazione sono chiaramente i temi al centro della narrazione, laddove i veri “mostri” sono imprenditori senza scrupolo e narcisisti megalomani. Eppure, al di là dell’apologetica della anormalità (che ha come bersaglio polemico il consueto ordine borghese e benpensante), ciò che interessa a Burton è l’evoluzione dell’identità attraverso le dinamiche relazionali dei personaggi. Il ruolo chiave in questo senso è svolto dalla piccola Milly, che ha, non a caso, sogni differenti dagli stereotipi di una bambina della sua età. Non vuole un costume luccicante e farsi guardare dagli altri, come esplicitamente dice in una battuta a suo padre, ma seguire la strada di un’eroina femminile sui generis per il suo contesto storico, ossia Madame Curie. Il passaggio dalla sua infanzia all’età adulta è rappresentato dal suo rapporto con l’oggetto magico (la piuma di Dumbo, la chiave che porta al collo in ricordo di sua madre): non c’è bisogno dell’oggettivazione del sentimento per ricordare coloro che amiamo o per trovare coraggio e fiducia in se stessi. Magia e scienza si intrecciano in questo live action dove coloro che hanno qualcosa di diverso (le orecchie di Dumbo) o in meno (Hult ha perso un braccio in guerra) hanno delle potenzialità rare e straordinarie. Questo va oltre l’accettazione e il rispetto per le forme di vita differenti da un presunto standard identitario e sociale. Dumbo è molto più di un elefante, così come Hult è molto più di un soldato e di un cowboy, anche se poi entrambi, alla fine della pellicola, tornano a riabitare il loro spazio originario. Il circo, questa eterotopia ambulante (per utilizzare l’espressione di Michel Foucault, filosofo che ha ricostruito genealogicamente l’intreccio tra pensiero dominante ed emarginazione), è il luogo dove questi personaggi possono infine ritrovarsi ed essere se stessi. In un’ambientazione vintage e una scenografia modesta, che non ha niente a che vedere con la Dreamland degli investimenti e degli interessi economici, che più che un parco delle meraviglie è palesemente una distopia del capitale.

Ad Amedea (10 anni) è piaciuto perché: “è una storia che rappresenta l’amore tra mamma e figlio ed è un amore che riesce perfino a vincere il cattivo che pensa solo ai soldi”.

 

DOLCEROMA- TRA FUMETTO E GENERE UN FILM CHE RACCONTA IL CINEMA

di Marta Perego

 

Un film fumettoso e adrenalinico che mescola i generi con un Luca Barbareschi, che veste i panni di un produttore cinematografico senza scrupoli, che esce dalle fiamme con la katana.

Questo è Dolceroma di Fabio Resinaro, il regista milanese classe 1980, che con Fabio Guaglione aveva firmato Mine.

Un film che, attraverso l’ironia e i generi, racconta il mondo del cinema, con giovani registi schiacciati da grandi produttori. Ricatti, bugie, sotterfugi. In una Roma cattiva, corrotta, che invece che puntare sul talento, guarda al suo ombelico. Ognuno gioca il suo ruolo nella scalata e nel mantenimento del potere. A metà tra un videogioco e Suburra, un remix di cinema italiano, dove il tema principale è quello che coinvolge il cinema ma anche tutto il nostro paese, gli scontri generazionali.

Abbiamo intervistato i due protagonisti del film: Luca Barbareschi nei panni del “vecchio” produttore che tarpa le ali alle nuove generazioni e Lorenzo Richelmy, protagonista della serie tv Marco Polo e di film come La ragazza nella nebbia. È lui il “giovane” regista schiacciato.

E voi cosa ne pensate? Questo “nuovo cinema italiano” vi piace?

INTERVISTA A LUCA BARBARESCHI

Anche produttore del film. Interpreta Oscar Martello, produttore senza scrupoli, egomaniaco e intransigente.

Come è arrivato al ruolo?

 Perché non lo voleva fare nessuno. Ho chiamato tanti attori, ma alcuni erano occupati, altri rivedevano nel personaggio dei produttori loro amici, altri non volevano lavorare con me perché stavo producendo il film di Fausto Brizzi ed era appena scoppiato il #metoo. Quindi l’ho fatto io e sono contento. È un personaggio che è me potenziato, ci ho messo la mia esperienza, la mia intransigenza, il mio sense of humor.

L’immagine del mondo del cinema è terribile: un mondo falso, bugiardo e approfittatore. Quanto c’è di vero?

 Tutto. È un mondo che ti mangia, dannato. Se pensi ai grandi talenti che si sono autodistrutti per il cinema: Philip Seymour Hoffman, Robin Williams. Avevano tutto e sono sprofondati in loro stessi. Anche io ho vissuto di eccessi, ma poi mi sono salvato.

Come mai secondo lei il successo porta all’autodistruzione?

Perché sono mestieri destabilizzanti. Quando hai successo, diventa tutto troppo. La fama, la gente che ti riconosce, i soldi. Poi arrivano periodi in cui tutto questo finisce e arriva la depressione. Si vive in costante disequilibrio. Io ho trovato il mio equilibrio vent’anni fa grazie al rehab, al lavoro su me stesso e al lavoro stesso. Fare l’attore, il produttore, vivere nella cultura mi ha offerto la possibilità di rielaborazione. Ma ti puoi solo salvare da solo, l’amore, la famiglia, non c’entrano niente. Non puoi buttare su di loro i tuoi buchi.

Nel film c’è un tema importante: lo scontro generazionale. Oggi è più difficile essere giovani di ieri?

 Oggi è molto più difficile. Il cinema è un settore in evoluzione. Io sono diventato famoso quando l’artista diventava un brand. Io sono Barbareschi indipendentemente dai film che faccio. Oggi no. Ci sono i prodotti cinematografici che si mangiano l’attore. Un attore diventa famoso per un personaggio che interpreta e può essere sostituito in qualsiasi momento tanto non interessa a nessuno. Non c’è più uno star system, anche in Italia.

Una cosa che vedo nei giovani è che c’è molta più spocchia. Gente che è sconosciuta che si rifiuta di fare interviste, è sempre occupata, non si dedica alla promozione. Io faccio sempre tutto, sostengo i miei film, i miei spettacoli, più che posso.

Lei è produttore, attore, direttore artistico del teatro Eliseo… ex parlamentare, oggi la politica le interessa meno?

Non mi interessa più perché io non le interesso. Vorrei sentire più parlare di cultura. Non è possibile che in Italia con tutto il nostro patrimonio, non si parli mai di cultura. Nel mondo tutti ci stimano e copiano, noi ci dimentichiamo chi siamo.

 

INTERVISTA A LORENZO RICHELMY

Nel film è Andrea Serrano, scrittore sognatore, che si ritrova a progettare un film con il mega produttore Oscar Martello.

Giovani- vecchi. Il contrasto generazionale è il centro del film…

Lo è perché questo è il grande tema in Italia. Viviamo in un sistema che non accoglie le nuove generazioni, anche se ormai hanno più di trent’anni. Non sa chi sono, cosa vogliono e li respinge.

Anche tu hai vissuto delle difficoltà da “giovane attore”?

Sì certo. Fare l’attore è comunque scendere sempre a compromessi perché i film sono dei registi. È difficile per le nuove generazioni trovare uno spazio. Però stanno succedendo delle cose, c’è una nuova generazione di registi coraggiosi e mi riferisco a Fabio Resinaro, Matteo Rovere che ha firmato il Primo re. Film del genere che cercano una nuova strada fino a qualche anno fa erano impensabili.

 Cosa vorresti dal cinema e dalle “vecchie” generazioni?

Che dessero più fiducia agli attori. Abbiamo una uova generazioni di attori bravissimi – come Alessandro Borghi per esempio fresco di David di Donatello-, in grado di competere con i colleghi internazionali e di conquistare Hollywood. Il rilancio del cinema italiano ripartirà da loro, ne sono convinto.

 

 

I TRE FILM DA NON PERDERE: CAFARNAO, BORDER E RICORDI

Questa settimana in sala trovate tre film che io e Maria vi consigliamo di non perdere. Attendiamo le vostre recensioni!

di Marta Perego

BORDER- CREATURE DI CONFINE

 Un film per mettervi alla prova

Mi è piaciuto perché

Inquietante e fantastico, per palati raffinati (e con un po’ di pelo sullo stomaco), Border è la storia di una donna dal volto diverso e la fisicità massiccia: Tina. Una donna che si è sempre sentita diversa, senza sapere il perché. Vore è l’unico uomo che incrocia nel suo lavoro alla dogana dell’aeroporto che le somiglia. Con lui scoprirà la sua vera identità, imparerà a conoscersi ed accettarsi.Come aveva fatto nel bellissimo Lasciami entrare, Ali Abbasi utilizza i temi del cinema fantastico (là c’erano i vampiri, qui ci sono i troll) per interrogarsi sull’umanità. Border è un film che parla di confini, di amore, di identità, di accettazione.Un film di un’attualità spiazzante, che si pone una domanda: chi sono i veri animali? Forse sono proprio gli esseri umani quando dimenticano l’apertura verso la diversità.

Un mix tra un thriller, una storia fantastica, uno spaccato sociale. La cosa che meno mi ha convinto è la sottotrama noir legata ad una storia di pedofilia che si amalgama in maniera meno convincente al resto della storia.

RICORDI DI VALERIO MIELI

Che cosa succede quando una storia d’amore finisce? Rimangono i ricordi che ci restano appiccicati nella testa, ci tormentano, ritornano, ci immobilizzano.Prendendo forse spunto da quel capolavoro di Se mi lasci ti cancello, Valerio Mieli- il regista del bellissimo Dieci Inverni- firma una storia raffinata ed emotiva. Un film fatto di flashback, sguardi e, come dice il titolo, ricordi. Linda Caridi e Luca Marinelli sono due interpreti perfetti per una storia romantica e stralunata, dove l’amore va oltre il tempo, vive nella nostra mente, cambia, si trasforma, si opacizza e torna luminoso.

Per sognatori o per chi non riesce a dimenticare. Un film terapia.

CAFARNAO- CAOS E MIRACOLI

 Nella Beirut del piccolo Zain non c’è spazio per i sogni. C’è un supereroe, che “non è l’Uomo Ragno”, ma gli somiglia. È un vecchio vagabondo che indossa una tuta da Uomo Scarafaggio, che diventa il simbolo di un’infanzia perduta. Che non può credere alle favole, perché la guerra e gli adulti glielo hanno impedito.Nadine Labaki, regista coraggiosa, confeziona un film emotivamente fortissimo che racconta gli effetti della guerra.La Beirut che viene raccontata con realismo (la regista ha girato 520 ore di materiale, scendendo per le strade della città e coinvolgendo attori non professionisti), è la Beirut dove confluiscono gli effetti di tutte le guerre. Famiglie, bambini, sfollati, donne, madri single che arrivano dalla Siria e dall’Etiopia. Vivono nella paura di essere rimandati indietro e sognano un futuro migliore.

Zain è figlio di una famiglia troppo numerosa e troppo povera. Una famiglia che non si prende la responsabilità nei confronti dei figli che ha messo al mondo. E Zain decide di fagli causa. Da questo espediente narrativo, con dolcezza e sensibilità viene raccontato il mondo degli ultimi, che non si arrendono. Zain Al-Rafeea, l’ammaliante protagonista del film, è un profugo siriano, rifugiato in Libano, alla sua prima esperienza di recitazione. Vive adesso in Norvegia coi genitori e ha imparato a leggere e scrivere, cosa che all’epoca delle riprese non sapeva fare. Una vita migliore che il cinema ha potuto regalargli. I momenti in cui il piccolo Zain si prende cura del piccolissimo Yonas, spaccano il cuore.

Ho letto recensioni che parlano di film furbo e che usa la disgrazia e la povertà in modo ricattatorio. Io l’ ho trovato un film intelligente, uno dei film che più mi hanno emotivamente colpita negli ultimi tempi, che mescola il realismo ad una forte sceneggiatura che tiene incollato lo spettatore. Lo fa commuovere, arrabbiare. Siamo tutti responsabili e dobbiamo sentirci tutti coinvolti. Un ricatto necessario.

 OPINIONI FILOSOFICHE DI Maria Russo

BORDER – CREATURE DI CONFINE

I cardini di questa narrazione fantastica sono i temi dell’identità, del confine e della diversità, che si declinano sia nel percorso di soggettivazione della protagonista, sia nei suoi tentativi di relazionarsi con l’altro – il compagno, l’amante, il padre. Tina riesce a scoprire la verità sulla sua identità: non è diversamente umana, come ha sempre creduto, in un complesso di inferiorità che l’ha sempre fatta sentire emarginata, ma un raro esemplare della sua specie, un miracolo che introduce l’elemento fantastico in un thriller che racconta la realtà della pedofilia. Tuttavia, Tina rimane una creatura di confine: non può più vivere come un’umana ma nemmeno decide, come il suo amante, di emanciparsi attraverso un  conflitto radicale con gli esseri umani. In un contesto dove i confini tra umanità e bestialità, maschilità e femminilità, natura e cultura sfumano in una complessità che interroga radicalmente la protagonista. L’identità di Tina emerge senza per questo cercare di distruggere l’altro, anche se ogni tipo di violenza potrebbe, in linea di principio, essere considerata una risposta reattiva a una violenza più originaria. Qui sta il significato più profondo di questa metafora stratificata (forse troppo) di Ali Abbasi: è possibile riconoscersi, accettarsi e individuarsi senza necessariamente distruggere l’altro. Questo non significa dimenticare, ma anzi, cercare le proprie origini. Senza nascondere la rabbia, la delusione, il dolore. Perché ogni emozione ha un suo preciso odore.

CAFARNAO – CAOS E MIRACOLI

Nadine Labaki sceglie un approccio quasi neorealista per raccontare il degrado territoriale e morale di Beirut, e lo sguardo di un bambino, Zain, che nel film fa di tutto tranne che il bambino. Unico adulto in un film di adulti immaturi, egoisti e incapaci di assumersi le proprie responsabilità, è più cinico e disincantato degli avvocati e del giudice che in tribunale devono stabilire se è possibile citare in giudizio i propri genitori perché incapaci di esercitare il loro ruolo. Zain denuncia e ci fa immergere in uno spaccato sociale dove i colpevoli restano fuori dal carcere, in un circolo vizioso di malavita e ignoranza, mentre a coloro che hanno bisogno di aiuto non vengono riconosciuti nemmeno i diritti umani fondamentali. Zain non ha una carta d’identità e Rahil non ha il permesso di soggiorno: sono fantasmi in cerca di lavoro, famiglia e giustizia. Che però comprendono bene l’unicità di ogni esistenza, anche quando non c’è spazio per tutti. Zain deciderà di non perdonare la propria madre quando lei decide di dare alla bambina che porta in grembo lo stesso nome della figlia maggiore, venduta come sposa bambina. Anche se si muore facilmente e si vive miseramente, nessuno dovrebbe essere sostituibile. E, proprio come ne L’Insulto del libanese Ziad Doueiri (retoricamente più efficace di Cafarnao nel raccontare l’odio), ci si appella alla Legge, alla speranza che al caos si possa dare una forma. Anche se, forse, solo un miracolo ci può salvare.  

CAPTAIN MARVEL- L’EROINA GENDER FLUID

di Marta Perego con opinione cinefilosofica di Maria Russo

(questo articolo contiene spoiler)

Carol Denvers conquista il boxoffice e segna una linea, come aveva fatto nel mondo dei cartoon Elsa di Frozen qualche anno fa- principessa che non ha bisogno del principe che ha raggiunto il cuore di milioni di bambine e bambini-, nel racconto del “femminile” in una saga cinematografica.

Pilota di aerei, che si veste con la tuta, tenera e materna con la figlia della sua amica del cuore, ma che diventa, alla fine, la più forte di tutti, indipendentemente dal suo essere femmina.

Ha poteri da far impallidire qualsiasi alieno Skrull le si trovi di fronte (che poi chi sembra brutto e cattivo, si rivela il più buono di tutti, l’importante è andare oltre le apparenze) e non abbiamo dubbi che, in Avengers Endgame, in uscita nelle sale il 24 aprile, darà del filo da torcere al terribile Thanos.

Continua a leggere